Push Out the pusher: negli States la droga fa male solo quando a farsi sono i bianchi

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Osservare i giardini delle case nei sobborghi americani è uno dei metodi più efficaci e veloci per farsi un’idea su come la pensano gli abitanti del posto. Quando non è coperta da recinzioni, la casa dell’americano che vive nelle periferie e nelle town ai margini delle metropoli può diventare la cartina al tornasole del periodo storico, politico e sociale dell’America attuale. Tra statue di nani, marinai e Madonne, tra decorazioni natalizie e tabelloni da basket, nel grande prato verde della provincia a stelle e strisce compare di solito anche una cartellonistica variegata, che va dalla classica pubblicità dell’idraulico o del carpentiere di quartiere in cerca di lavoro, al supporto incondizionato al presidente di turno.

Ho trascorso l’estate 2017 a Fairless Hills, una sorta di cittadina dormitorio in cui negli anni Sessanta si trasferirono quelli che dopo una vita di sacrifici abbandonarono le grandi città per metter su il sogno americano della casa di proprietà con garage e giardino annesso. Durante le passeggiate tra le vie di questa CDPCensus designated place, così  vengono classificate queste piccole realtà abitative pari alle nostre frazioni – c’erano e ci sono tuttora dei cartelli, piantati fermamente nei cortili di numerose abitazioni, dallo slogan chiaro, ma non dal significato. “Push out the pusher”, ovvero butta fuori lo spacciatore. Dal quartiere, sostanzialmente. Una campagna contro lo spaccio di droga – con tanto di ricompensa in verdoni – nella Contea di Bucks, in Pennsylvania, in seguito all’aumento di consumatori di sostanze stupefacenti nell’area.

Il cartello invita la comunità a contattare un numero di telefono scritto a caratteri cubitali – o meglio ancora le autorità locali – per fermare lo spaccio e l’uso di sostanze stupefacenti tra gli abitanti, soprattutto tra i teenager. Più che una segnalazione, un programma volto a tamponare quel fenomeno tutto americano chiamato “death of dispair”, morte per disperazione, che dalla crisi del 2008 ha colpito in particolar modo la classe media americana, bianca. Vedendosi crollare una serie di certezze economiche, vedendosi sfumare college, carriera e futuro, molte persone si sono rifugiate nella droga e nell’alcol, portando all’aumento di morti premature e di suicidi. Solo nel 2015 la percentuale di decessi di bianchi americani è aumentata del 30%  – alla fine degli anni Novanta era al 15% – e la causa principale è per intossicazione da alcol e droghe. Una percentuale che è rimasta invece quasi invariata tra altre comunità, come quelle degli ispanici o degli afro-americani. A questi ultimi, perciò, il cartello “Push out the pusher” suona come l’ennesima forma di discriminazione e di affermazione della white supremacy, con quest’eccessiva attenzione al problema della droga – e ai morti per droga – solo perché attualmente sta colpendo i bianchi.

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A parlare sono i numeri: uno degli ultimi dati del CDC – Centers for Disease Control and Prevention, dichiara infatti che dal 1999 al 2015 le morti per overdose sono quadruplicate e soltanto nel 2015 parliamo di circa 150 mila decessi, di cui 33 mila per abuso di oppiacei (in particolare di farmaci con regolare prescrizione medica) e 12 mila  per eroina. Per overdose da eroina ci hanno lasciato la pelle in particolare bianchi, uomini e donne, tra i 25 e i 44 anni, mentre il numero dei decessi dei neri (1.310) e degli ispanici (1.299) è rimasto pressoché invariato rispetto agli anni passati. Eppure per il governo, la polizia e per l’opinione pubblica americana è il nero la radice e la causa del male.

Sebbene i neri rappresentino il 13% dell’intera popolazione americana e il 14% dei consumatori di droghe, oltre il 37% delle persone arrestate per reati legati al consumo e alla vendita di droga sono neri. E sono sempre i neri quelli con maggiori probabilità di finire in carcere: secondo alcuni dati del Dipartimento di Giustizia americana, il divario razziale emerge sia mettendo a confronto la lunghezza delle pene a cui sono condannati i neri americani – 10% più lunghe dei bianchi – sia le probabilità di finire in galera almeno una volta nella vita (32% contro il 6% dei bianchi). Nel 1991, secondo la Correctional Association di New York c’erano nelle carceri statunitensi circa 24 mila giovani afro-americani (di età compresa tra i 18 e i 24 anni) e circa 23 mila nei college di tutti gli USA. Il picco più alto, secondo alcune statistiche del Bureau of Justice, si è toccato nel 2001, con 3.535 maschi neri imprigionati nelle carceri statali e federali per 100.000 residenti neri negli Stati Uniti. La cifra da allora è lievemente diminuita anno dopo anno (nel 2013 si attesta a 2.805 per 100.000), ma il divario è così sproporzionato che ha diffuso nelle comunità afroamericane non solo la paura, ma anche una profonda sfiducia nei confronti delle istituzioni.

In un libro intitolato “State of Black America” di Janet Dewart, si legge come quello dell’abuso di droghe e di alcol nelle comunità afro-americane sia da sempre un problema legato a tre grandi motivazioni: razzismo, esclusione sociale, stress. Potremmo definirla anche questa una death of dispair, la cui soluzione però, a differenza dei bianchi, non è stata ricercata nel recupero e nella sensibilizzazione delle comunità, soprattutto di adolescenti, al problema della droga, quanto nella repressione e nell’incarcerazione di una grossa fetta di afro-americani, target d’eccellenza della cosiddetta War on Drugs, la guerra alle droghe che da Nixon in poi ha provocato un vero e proprio disastro nella società americana, portando allo sfaldamento di tantissime famiglie di neri, alla distruzione della loro carriera, all’imbrutimento psicologico e molte volte al suicidio come rimedio al senso di frustrazione causato dalla non accettazione e riammissione in società. Quella della seconda opportunità una volta usciti dal carcere è infatti una sorta di mito legato all’immaginario cinematografico: in America, infatti, solitamente dopo il carcere, soprattutto se sei nero, c’è l’esclusione totale dal consorzio umano, situazione che porta il più delle volte alla perpetuazione di altre forme di criminalità, rapine soprattutto.

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Tutti questi dati, assieme a numerose, interessanti testimonianze sul fenomeno, si trovano in un documentario distribuito da Netfilx dal titolo 13th”, di Ava DuVernay. Il titolo si rifà al Tredicesimo Emendamento della Costituzione americana, quella che liberò i neri dalla schiavitù. Una liberazione piuttosto formale, visto che il governo americano continua ad impugnare l’eccezione, la scappatoia dello stesso emendamento (che dice che tutti gli uomini sono liberi e uguali ma non vale se si è colpevoli di reati o cimini) per riportare gli afro-americani  in primis ed altre minoranze etniche in genere  in una moderna, legalizzata schiavitù, quella del sistema carcerario.

Un piano strategico che dalla Guerra alle droghe di Nixon del 1971 al Just say no a reti unificate della first Lady Nancy Regan contro l’abuso di droghe, passando per la legge dei cosiddetti “three strikes” (tre falli e sei fuori, tipica del baseball ma che al posto di mandarti in panchina ti mandava all’ergastolo) di Bill Clinton, legittimò la deportazione, la privazione dei diritti e gli arresti di massa nei confronti della comunità dei neri d’America, andando ad arricchire quello che nel XX secolo è diventato un vero e proprio business: il sistema di detenzione, che porta tanti soldi a tutte quelle aziende e associazioni che sostengono l’ ALEC- American Legislative Exchange Council, organizzazione di legislatori statali e rappresentanti del settore privato che negli anni ha fornito leggi – come la three strikes ad esempio – a sostegno del complesso industriale carcerario, nel quale ci mangiano in molti, da Securus, che fornisce servizi telefonici a tariffe elevate  per i detenuti all’interno delle carceri, ad Aramark che fornisce loro i pasti, denunciati più volte perché al di sotto degli standard di qualità.

Se proprio non finiscono dentro per droga, i neri muoiono per droga. Ma non per overdose, bensì per mano della polizia durante le operazioni antidroga: lo ha dichiarato, tra i tanti, Carl Hart, neuroscienziato e professore di psicologia e psichiatria afro-americano, che durante un suo intervento ad una conferenza TED (dove esponeva i suoi studi sulla dipendenza da droghe) ha affermato che negli ultimi anni molti neri sono stati uccisi per mano delle unità antidroga (31,8% nel 2013 secondo l’US Department of Justice), unità tra l’altro che dovrebbero essere utilizzate per operazioni più complesse e invece vengono impiegate nel 79%  dei casi in operazioni di perquisizione e arresti per traffico di droga.

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L’ordine pubblico, celato dietro le parole “Push out the pusher”, riporta quindi alla mente degli afro-americani le parole di Nixon e la sua guerra totale contro le droghe, nemico numero uno della società. Una guerra che ha cambiato totalmente e per sempre il senso alla questione della droga, trasformando il problema della tossicodipendenza in un crimine da reprimere in prigione e non in un problema di salute da risolvere nei centri specializzati. Qualche anno dopo la fine dell’era Nixon, un suo consigliere rivelò in tv – ma non fu un gossip – che dietro il problema della sicurezza e della criminalità si celava la chiara volontà del presidente di mandare i neri e gli hippies in prigione. Non un problema di droga, quindi, ma l’ennesima fotografia del razzismo americano, un razzismo che porta le comunità dei neri a dividersi da quella dei bianchi e ad andare anche contro una campagna antidroga, se può servire a rivendicare la loro identità.

 

 

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O’documento: giro nella Grande Mela dei sans papiers

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Ho ripreso a riprendere il treno. Il treno è il mio mezzo di trasporto preferito in America, perché è in orario, è silenzioso (hanno le carrozze in cui è VIETATO avere il cellulare con la suoneria e conversare ad alta voce) e confortevole e ti fa arrivare ovunque, sempre ovviamente a seconda del budget che hai a disposizione. Ad esempio se vuoi arrivare a Washington ci puoi mettere più di 3 ore con un paio di cambi e pagare una 40una di dollari oppure mettercene 2 con un solo treno e pagarne più di 100, con Amtrak.

Il mio budget ovviamente ridotto all’estremo mi ha rimesso sulla tratta classica, quella verso New York. Ormai mia meta “familiare”, vissuta in inverno e in primavera, New York d’estate è qualcosa di invivibile: l’aria calda proviene da ogni parte, dai fumi che salgono dalle grate della metropolitana – quelli che fanno alzare la gonna a Marylin Monroe nel film “Quando la moglie è in vacanza”, per capirci –  dai bocchettoni e dalle ventole delle migliaia di ristoranti e locali per ogni gusto ed etnia che popolano la città, e dalla canicola estiva. Aggiungici migliaia di automobili, migliaia di autobus, milioni di persone e la Grande Mela al forno è cotta a puntino.

Il viaggio da Princeton – la città dove insegnava il matematico John Nash – a New York è di circa un’ora e mezza ed è popolato da tanti pendolari che tutte le mattine vanno nella grande metropoli a lavorare. La percentuale dei viaggiatori è principalmente composta da giovani indiani, uomini e donne – gli indiani dell’India, non gli indiani d’America – che lavorano in tutti i principali settori, principalmente quelli scientifici ed informatici (un’altra buona fetta di indiani dell’India gestisce le pompe di benzina d’America, invece). Decine e decine di Raj Koothrappali in camicia bianca e zaino in spalla che ogni giorno fanno avanti e indietro dalle aree residenziali verso il centro metropolitano. Perché New York sarà pure bella, ma è cara da morire e la vivibilità non è poi il massimo, così la maggior parte dei lavoratori preferisce vivere dall’altra parte dell’Hudson River – New Jersey, Long Island, Pennsylvania – dove lo stile di vita è meno caotico e più a misura d’uomo. Con un quello che pagheresti per un appartamento a Manhattan riesci a prendere una casa con portico e parcheggio per auto.

I miei giri a New York questa volta sono un mix di piacere e dovere: il piacere di incontrare amici che si sono trasferiti qui per periodi brevi o per sempre, il dovere di trovarmi un lavoro. A nero, poiché il visto turistico non consente di lavorare. In teoria, perché in pratica girando per ristoranti e locali non ho trovato lavoro ma ho scoperto una situazione di irregolarità veramente interessante. In cui i messicani sono un grande punto di riferimento. E gli italiani sono illegali di successo.

Innanzitutto a New York ci sono tante, ma tante persone con visto scaduto che vivono in clandestinità, una clandestinità che però non è così difficile da vivere. Chi non ha i documenti necessari per stare qui in regola riesce comunque a trovare un affitto – e a pagarlo –  e un lavoro, e non parlo del classico lavoro di merda che un irregolare fa in Italia. No. Qui i “san papiers” lavorano, alcuni aprono persino delle attività commerciali di successo, hanno dei conti in banca su cui versano i loro abbondanti stipendi, hanno la Social Security che è la cosa necessaria per lavorare e l’ID, la carta di identità. Ovviamente tutto falso, ma tutto funzionante. Quello che conta, qui, è che paghi le tasse, non si va tanto scavare nel profondo per verificare se ti chiami effettivamente Mario Rossi o no. Anche perché qui nessuno ti chiede i documenti se sei in giro e non sei dovuto a mostrarli, a meno che non fai qualcosa di male e ti portano dentro. Qui quello che conta è  vivere low profile, a basso profilo, farsi notare il meno possibile e non mettersi nei casini. Poche regole e si può stare qui per anni e anni.

Ho incontrato un’italiana, capo sala in un ristorante: entrata con il classico ESTA, sta qui dal 2004. E non ha nessuna intenzione di tornare a casa, guadagna anche più di 100 dollari al giorno e sta bene così.

A darti una grande mano nel metterti nel giro dell’illegalità sono gli Spanish: messicani, colombiani, portoricani eccetera. Loro per venire qui rischiano veramente e se lo fanno è per quel famoso “sogno americano” che ti permette di campare dignitosamente e mandare i soldi a casa. Non è un capriccio o una “prova” che male che va torni a casa. Perciò sono una vera macchina operativa nella filiera della ricezione di documenti falsi: basta chiedere in giro e in meno di 24 ore, alla modica cifra di 100/ 150 dollari avrai la tua Social Security falsa per iniziare a lavorare. Un investimento piccolo, che ammortizzerai in un paio di giorni di lavoro.

Tanti, quindi, i pro. Qual è allora – se c’è – il contro di questa storia? A parte il rischio – non elevato come ho intuito – di essere beccato e rispedito a casa, se sei homesick, se ti viene la botta di nostalgia di mamma e papà, di casa, degli amici, del baretto e le Peroni fresche e del calcetto il giovedì sera te la fai passare. Chi ha il visto scaduto infatti se decide di tornare a casa, negli USA non ci entra più e si becca pure una bella multa più il divieto di rimettere piede nella patria delle stelle e delle strisce. Per 10 anni. E non è detto che dopo 10 anni ti faranno rientrare. Si chiama “Red Flag”, bandiera rossa. Che “non la trionfa” così tanto, visti i tanti clandestini, illegali, irregolari che vivono bene qui.

L’alternativa al vivere sotto false sembianze è quella del matrimonio: finto, anche questo. I controlli all’ingresso tanto temuti durante l’amministrazione Trump sembrano essere una bufala perché qui, almeno a New York, la macchina della Green Card ottenuta con l’imbroglio è ancora perfettamente oleata e funzionale. Basta parlare con qualsiasi italiano che sia qui da più di un anno e ti diranno che il matrimonio combinato è un’usanza tuttora in uso: quello che ti occorre è avere tra i 20 e i 25 mila dollari da dare al o alla consorte e avere, ovviamente, un consorte. Maschio, femmina, l’importante è che sia cittadino americano, perché è grazie alla sua cittadinanza che tu otterrai la tua e quindi una vita normale, con il tuo nome e cognome e la possibilità di avere tutto quello di cui un cittadino americano necessita. Ovvero: conto in banca ed assicurazione sanitaria.

Il matrimonio illegale non è semplice come sembra, e non solo dal punto di vista economico: Ylenia, una ragazza che a New York ci lavora da anni e che è fidanzata con un suo compaesano – illegale anche lui – mi dice che la cosa importante da fare è scegliere una persona “seria”. E per seria non parliamo di un bravo ragazzo da presentare ai genitori. Intende qualcuno che non abbia debiti o situazioni economiche compromettenti, perché una volta sposati le sue rogne finanziarie ricadranno su di te e chiedere il divorzio immediatamente dopo il matrimonio farlocco potrebbe destare sospetti. Altro ammonimento, da chi c’è passato e sta ancora piangendo: amici di amici raccomandano di non versare tutti i soldi in un’unica soluzione, ma aspettare l’arrivo della Green Card e poi versare l’ultima quota, altrimenti il tuo coniuge fake potrebbe sparire con tutti i tuoi soldi e tu rimarresti sempre un san papiers ma pure un  san argent.

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Ma l’America è lontana, dall’altra parte della Luna (Welcome Back)

Con 12 ore di volo sarei potuta andare in Giappone – tanto è durato il mio viaggio – e invece sono ritornata negli Stati Uniti. Stesso posto, Pennsylvania, diverso obiettivo. Una sorta di prova di coraggio, di maturità, diciamo che sto vivendo una puntata di “Giochi senza Frontiere” tutta interiore, con tante prove e ostacoli da superare. Più Takeshi’s Castle, in verità.Un volo lungo che mi è servito a constatare un fatto: se Alitalia sta fallendo, è perchè un po’se lo cerca. Un ritardo mostruoso, dovuto ai classici problemi relativi all’imbarco, a cui si è aggiunto: mancata fornitura di cibo Kosher da parte del servizio mensa Alitalia, più errore di conteggio passeggeri effettuato dal software fresco messo, che segnalava due passeggeri in più nel velivolo, con conseguente conteggio a mano. A questo aggiungiamoci maltempo sulla Francia, varie ed eventuali ed ecco che un viaggio di 8 ore e mezza diventa una pallosissima traversata, che nemmeno sulla nave ci mettevi così tanto tempo. Ma arrivammo, comunque.Precisamente al JFK Airport, una sorta di mercato del pesce dove la gente va dove gli pare, senza meta, dove tutti ti guardano come fossi un narcotrafficante o terrorista e se provi a fare un sorriso peggio mi sento.Io poi, da buona italiana terrona, avevo le mozzarelle in valigia, rigorosamente non dichiarate dopo che l’hostess, alla mia domanda “Dove vanno dichiarate?” sul modulo di ingresso che ti forniscono sull’aereo, mi aveva gentilmente risposto “MA E’PAZZA? NON LE FARANNO PASSARE MAI! LE DICHIARI MA SI PREPARI A MANGIARLE TUTTE SE NON LE VUOLE LASCIARE A LORO!”. Perciò, il pensiero di dover ingerire un chilo di mozzarelle, con conseguente colica, aveva disegnato sul mio volto una smorfia di terrore per le sevizie fisiche da subire in conseguenza al prodotto caseario da me terronamente introdotto su suolo americano. Smorfia che evidentemente ha destato più di qualche sospetto, visto che ho subìto una serie interminabile di domande, alle quali ho risposto mentendo, a tutte. Fortunatamente nessuno ha pensato di rendermi protagonista di una puntata di “Airport Security”, così sono riuscita a superare ogni ostacolo e portare le mozzarelle – che ovviamente facevano cacare – a destinazione. E comunque, giusto per la cronaca: le mozzarelle si possono portare, le devi solo dichiarare e sperare di non trovare agenti pezzi di merda pronti a tutto pur di farsi la loro caprese a casa loro a tue spese.Sono al 17esimo giorno di permanenza in America; rispetto alla volta scorsa il budget è minore perciò il cazzeggio in giro è drasticamente ridotto mentre aumentano le mie intenzioni di trovare un lavoro. A nero. Con la paga “Under the table”. Lavorare con l’ESTA è, oltre che difficile, illegale, perciò sto valutando bene la situazione. Al momento le imperdibili occasioni lavorative che ho trovato nella zona sono: lavapiatti in pizzeria (italiana) e cameriera in altra pizzeria (italiana). Mentre metto sul piatto della bilancia la curiosità di un’esperienza lavorativa del genere e sull’altro il desiderio di trascorrere l’ulteriore estate in una cucina, nel frattempo trascorro buona parte delle mie giornate in casa. Uscire è a dir poco proibitivo, per i seguenti motivi: un caldo micidiale e l’assenza totale di marciapiedi. Se vuoi raggiungere un posto – che è solitamente un centro commerciale o un supermercato da queste parti – devi uscire con la consapevolezza di poter essere investito. Io al momento preferisco passeggiare nel quartiere, anche perché non so se la mia assicurazione sanitaria copra anche gli investimenti d’auto in zone in cui il cartello “vietato accesso ai pedoni” è grosso come una casa.

Il caldo mi porta ad aprire due questioni importanti: l’aria condizionata e le previsioni meteo. Da quando sono qui ho capito che gli americani hanno delle ossessioni: tagliare il prato, il meteo e l’aria condizionata. Parto dall’aria condizionata, che è fonte di enorme disagio per me. Dimenticate l’idea di fresco che abbiamo in Europa: qui gli sbalzi termici tra esterno e interno – e quando dico interno dico abitazione, negozio, automobile – sono di una ventina di gradi. Se lo scorso inverno tutti avevano capito che “non ero del posto” perché indossavo un super giaccone mentre loro giravano in felpa a marzo, adesso lo hanno capito perché giro a maniche lunghe nei negozi. Ho sempre il giubbotto nello zaino, la pelle d’oca è dietro l’angolo e il pelo dalle gambe è sempre pronto ad uscire dal bulbo per darti un po’di tepore.Poi c’è il meteo, le cosiddette forecast che gli americani guardano in continuazione perché le previsioni possono cambiare in ogni momento. Che poi mi chiedo cosa diavolo gliene freghi, che tanto girano solo in auto e il rischio di prendere la pioggia è pressoché pari a zero. Al massimo basta regolare l’aria condizionata, aumentandola di qualche grado, per vivere più warmed.Sono al 17esimo giorno di permanenza statunitense e da 17 giorni il mio gallone di latte di soia, acquistato lo scorso 1 luglio, non fa una piega. Non puzza, non ha cambiato colore né forma. È ancora così e lo sarà fino al prossimo 5 agosto, data di scadenza presente sul mega cartone. D’altronde, ho un paio di zucchine in splendida forma in frigo da una settimana e altri ortaggi che sono praticamente come ibernati. Sarà l’aria condizionata? Probabilmente. Ma saranno anche le tonnellate di preservatives – sì, fa tanto ridere ma non è quello – i conservanti che mettono praticamente ovunque. Così anche questa volta il mio tentativo di seguire un’alimentazione corretta non sta funzionando, perché puoi anche mangiare solo insalata, ma se la suddetta non avanza alcuno stato di deterioramento o decomposizione, vuol dire che qualche cosa di sbagliato c’è e sta succedendo nel tuo stomaco. Te ne accorgi subito, d’altronde, quando una porzione di insalata mista ti fa sentire gonfio come un pallone, neanche avessi bivaccato notte e giorno alla sagra del cinghiale. Preferisco così cucinare a casa, almeno so parzialmente cosa sto mangiando, anche se il pensiero che qualcosa dal frigo prima o poi riprenda vita e mangi me è sempre più incalzante.

Stando in casa ho scoperto alcune informazioni relative alle policy di quartiere. L’ho scoperto – ovviamente – sulla mia pelle, durante una delle classiche “Avventurine di Angelina”, ovvero quelle situazioni assurde in cui mi ritrovo solitamente. Eccola.Interno giorno. Sono in casa a lavorare quando suonano alla porta. Vado verso lo spioncino, ma non ci vedo nessuno. Solitamente non apro alla porta nemmeno a casa mia, ma pensando che possa essere qualcuno che abita qui che ha dimenticato le chiavi, apro. Di fronte a me, una cicciona micidiale, con degli shorts che mettono in bella vista due gambe enormi, bianche, con delle venature che sembra la mappa delle autostrade italiane. Espressione incarognita, corredata da piercing a naso più bocca e un tatuaggio sul petto, ovviamente giunonico. Ha in mano dei volantini e farfuglia delle cose che io ovviamente non riesco a capire, un po’per il piercing che non facilita la logopedìa, un po’ perché io gli americani quando parlano non li capisco. Dico “No thanks, I don’t live here, I’m a guest” (chissà perché m’è venuta tutta questa cosa di condividere con la cicciona la mia privacy) e lei, la stronza, pensando di farmi paura – riuscendoci, manco a dirlo – mi dice qualcosa ma io capisco solo “immigrata”, “illegale” e “I’m calling the cops”. Ovvero: chiamo gli sbirri. Paura. Chiudo immediatamente la porta e inizio a chiamare tutti, amici e parenti, per farmi soccorrere dalla minacciosa chiattona. Che nel frattempo se n’era ovviamente andata, mica è scema, lo sa che se i cops li chiamo io sono cazzi suoi, ma intanto da questa incredibile avventurina ho scoperto diverse cose. Che i truffatori qui si chiamano “scammer” e sono quelli che da noi si vestono da finti tecnici Enel e invece qui se ne fottono altamente di cercare il camouflage e si presentano alla porta semplicemente provandoti a vendere robe.Una volta raccontata la vicenda al padrone di casa, poi, ho scoperto che la signorina – molto probabilmente gypsie – non ci poteva stare a fare il volantinaggio lì, perché gli abitanti della zona pagano un’associazione affinché non si aggirino persone intente a disturbarle. La stessa Association tiene conto anche che tu, proprietario dello stabile, tenga cura dell’estetica della tua casa, che deve essere sempre tinteggiata e in ordine, perché altrimenti il valore economico del quartiere cala. Cioè, se vuoi vivere in quel quartiere, devi far sì che la tua casa sia bella sempre – fuori – perché ne va del valore di mercato anche delle case affianco alla tua. Al che mi è venuto in mente quel film, “L’erba del vicino”, con Tom Hanks che aveva dei vicini di casa bizzarri che vivevano in un’abitazione tutta scassata e ho pensato che il cinema americano ci ha davvero condizionato il cervello.

Non sto sempre in casa, ogni tanto esco pure. Sono andata per esempio a vedere la mia prima, seria partita di baseball. Una squadra minore – Trenton Thunder – per poter seguire meglio il gioco e capire se mi piace il baseball o no. Anche qui, il cinema americano ha di molto influito sulla mia opinione del baseball e sul mio modo di vedere questo sport.Per me il baseball è sempre stato il piccolo Dom Molise nei racconti di John Fante, oppure film come “Ragazze Vincenti” o “L’uomo dei sogni” in cui si giocano partite avvincenti, che durano una 40ina di minuti, il tempo della fine del film. E invece scopri che il baseball non è uno sport ma una strategia di marketing pazzesca, che la partita è elemento secondario di una serie di eventi, giochi, inni nazionali e canzoncine, panini, birre – io sono capitata durante il thirsty tuesday, di cui non ho capito bene il senso tranne che si beveva un botto di birra e la pagavi di meno – odori di patatine fritte, ali di pollo fritte, cipolle fritte e una serie interminabile di intervalli tra una battuta e un’altra che ruotano tutti attorno alla partita in sè. Che, lo ammetto a malincuore, è una noia pazzesca e non si capisce niente. Quello che mi consola, come mi hanno detto in molti, è che buona parte degli americani che stava seduta lì non capisce il gioco e che sia io che loro eravamo lì per lo stesso motivo: il folclore.

Fish & Tips

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Sistemando i documenti che custodisco nel mio computer, ho ritrovato quest’appunto che ho buttato giù l’ultima sera del mio lavoro estivo.
La scorsa estate ho deciso di rinunciare a mare, serate e bevute e di andare a lavorare. La mattina con il blog, la sera in un ristorante. Per “alzarmi due soldi” e andarmene via da questo posto. Direzione? Un altro posto dove avrei comunque deciso di fare la stessa cosa: la mattina blog, la sera cameriera.

Oggi, mentre i miei piani sono decisamente cambiati ma non le mie mete, mentre Trump alza i muri, chiude le frontiere, decide di controllare i tuoi contatti e la tua pagina Facebook prima di garantirti un visto, mi rileggo queste righe e mi sento contemporaneamente scoraggiata e motivata. “Fear & Desire”, come quel film di Kubrick. Che poi sono i sentimenti che fanno girare – male – il mondo.

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“Fish & Tips”. Così si potrebbe intitolare l’ennesimo capitolo – chiuso – della mia vita. E’ la mia ultima sera di lavoro e come tutte le altre notti mi sono chiusa il portone di legno alle mie spalle. L’aria fresca mi arriva in faccia e ti entra attraverso la camicia bianca, condensandoti il sudore. Che modo poetico per descrivere i reumatismi.

La sento l’aria,  è diversa. E’ l’aria della fine dell’estate. L’estate è finita, ma è un concetto che vale per quelli che ne hanno goduto l’inizio. Io posso solo affermarlo dal punto di vista meteorologico.
Me ne scendo per le curve di Itri – o le curve di Fondi, il dubbio persiste – e le so a memoria. Talmente a memoria da poterle fare ad occhi chiusi. Qualche notte, lo ammetto, gli occhi si sono veramente chiusi e ho rischiato di perdermi qualche tornante, ma musica ad alto volume e finestrino aperto sono il rimedio ad ogni tipo di stanchezza.

“Chi te lo fa fare”, è stato il mantra di quest’estate. I soldi. Quelli che VOI non mi date perché non mi gratificate per il vero lavoro che faccio, quello per cui ho studiato e mi ritengo brava. I VOSTRI genitori ricchi, che io non ho. I MIEI debiti, che io ho. I MIEI sogni e i MIEI progetti. A loro pensavo quando mi chiamavate con lo schiocco delle vostra dita unte di frittura, quando dall’altro capo della sala mi urlavate le vostre richieste, quando, in pausa sigaretta, vedevo su Facebook le foto di voi divertiti e abbronzati. Con lo sguardo fisso nel vuoto mi sono destreggiata goffamente tra tavoli  e sedie, portando due piatti alla volta perché questo mestiere non lo so fare. Sempre sorridente, anche quando mi veniva da piangere.

“Non sei fatta per fare la cameriera”, mi ha detto una sera una signora.  “Cambia mestiere, non sei fatta per questo lavoro”. Le avrei voluto rispondere che sì, aveva ragione lei, che sono fatta per ben altre cose ma,  come ho letto una volta in un fumetto “La merda è una tappa necessaria per il paradiso”. Con una precisazione, però: nessun lavoro, tantomeno questo, è merda. La merda, semmai, è quella che quotidianamente ti ingoi mentre lavori. O meglio, fatichi. Mi è sempre piaciuto come al sud chiamino il lavoro “fatica”, sottolineandone tutto lo sforzo fisico, morale e sociale che fai.

Comunque. Andata anche questa. Vediamo adesso che cosa succederà. Niente, lo so. Niente. L’America è lontana, “dall’altra parte della luna”, cantava Lucio Dalla. E con queste tips non ci vai nemmeno a Fiumicino. 

Ode to Polly Jean Harvey

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Non ce la faccio proprio a descrivere il concerto di Pj Harvey di lunedì scorso a Firenze. Non ho nemmeno una foto – una sola, questa, e non l’ho nemmeno scattata io – perchè non sono stata in grado. Per due ore, in quel teatro dalle sembianze di un palazzetto alle porte di Firenze, non sono riuscita a fare altro che ascoltare.

Per due ore di musica, suono, tecnica, perfezione, mimica, io sono rimasta lì, immobile. In concentrazione totale, in una sorta di trance, ad assorbire quella voce che dal 2002, da quando mi prestarono “To Bring You My Love” non ho fatto altro che provare sentire e vedere dal vivo. E dopo 14 anni eccomi qui, di fronte all’aplomb di Polly Jean.

Finiti i tempi della rock star dagli abiti in pelle che canta di essere “dry“, di “aver giaciuto con il diavolo e abbandonato il paradiso per portarti il mio amore”, la Polly dagli acuti orgasmici di”Legs“. Quella di fronte a me, il 24 ottobre 2016, è una figura irraggiungibile. E’ uno strumento musicale che vibra ed il cui suono è pieno e profondo, come quello del suo sassofono (abbandonata la chitarra elettrica che fa troppo rock star viziosa). Una sorta di John Zorn al femminile, che dirige la sua “banda” – così chiama gli impeccabili musicisti che sono sul palco quella sera – con maestria. E loro, la “banda”, non muovono dito, non pizzicano corda o battono tamburo finchè lei non lo ordina. La stessa banda che saluta calorosamente il pubblico a fine concerto, mentre lei è andata via già da un pezzo dal palco.

Una stronza? No, un’artista. Non c’è spocchiosità nei suoi gesti, ma solo musica. C’è quella freddezza un po’ british, una specie di evanescenza che però diventa calda e corposa in  ogni canzone. Tratte principalmente da “The Hope Six Demolition Project” e “Let England Shake”.  Una scaletta politicamente impegnata e impegnativa, con brani che parlano degli orrori della Prima Guerra Mondiale e del suo viaggio in altri scenari di guerra. Il Kosovo, l’Afghanistan, la guerra dei poveri degli Stati Uniti d’America: The Hope Six Demolition Project è infatti il nome del progetto di demolizione di alcuni quartieri popolari a Washington, rasi al suolo e “ripuliti” dai suoi abitanti per metter su quartieri residenziali per ricchi.

Sarà per  questo che alla fine non ti viene poi tanto da ballare e scatenarti durante il concerto, perchè non è ad un concerto che stai assistendo, ma ad una sorta di denuncia plateale contro lo schifo del mondo. Il gridolino della donna viziosa si è trasformato in un urlo forte, schietto e potente, musicato.

Però le origini non si dimenticano mai, tantomeno si rinnegano: e allora eccola la 17esima canzone del concerto, quella che io aspettavo dal lontano 2002. “To bring you My love”, suonata praticamente all’essenziale. Quel giro ripetitivo che avanza per 10 minuti, la chitarra elettrica sporca, il solo charleston a dare il ritmo a tutto, l’hammond e quella voce profonda che scandisce ogni parola, sillaba dopo sillaba. Quella lamentosa preghiera che hai ascolato per 14 anni, che hai suonato quando rincasavi con qualche bicchiere di troppo in corpo, che hai urlato a squarciagola, ti si forma davanti e piano piano svanisce: via la chitarra, via il charleston, via l’hammond, restano solo i  sassofoni.  E intanto a me si è fermato il cuore,  braccia e gambe si sono irrigidite, i pugni delle mani sono chiusi, così come gli occhi e me la prendo tutta, nota dopo nota, la sua passione per la musica, e la mia, infinita e salvifica.

Ps: Il mio pezzo preferito di tutto il concerto, in realtà, è stato questo qui. Se non ci fosse stato il pubblico e il suo irrefrenabile desiderio di battere le mani fuori tempo, sarebbe stato davvero un capolavoro per l’udito.

 

Suonala ancora, Bruce

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Mantenere in vita un blog nato in un periodo specifico della mia vita, in un posto ormai lontano chilometri di distanza da me (e non solo geografica), me che al momento mi arrabatto e combatto contro lo stato vegetativo che nolente o volente ti causa la vita di provincia, è difficile.

Oggi però, mentre ripulivo il telefono da tutta quella memoria – che poi sarebbe più la mia che la sua, di memoria – ho ritrovato questo video. E allora ho deciso di buttare giù due righe, su quello che è stato forse il momento più intenso della mia estate.

Fondi, 16 luglio 2016, ore 15:00. La temperatura non è alta e tira anche un gradevole venticello, cosa che non può che darci sollievo a noi che ci siamo appena messi in macchina. Destinazione: Roma, Circo Massimo. Passeggeri: io, zio Ermanno, l’amico Tonino e il figlio di un loro collega. Tutti e quattro stiamo attraversando la Pontina per IL CONCERTO. Ne abbiamo parlato per mesi, ci siamo sparati le playlist per rinfrescarci la memoria e adesso siamo pronti.
Tra di noi c’è una differenza d’età di una trentina d’anni, ma non sembra. Succede quando hai praticamente gli stessi gusti musicali che aveva tuo zio quando aveva la tua età. Si annulla tutto in una sorta di dimensione non dimensione, in cui si parla di musica e tutto procede piacevolmente. Mi piace parlare di musica con chi se ne intende, mi da la possibilità di sfoggiare la mia modesta conoscenza nel settore. E’ uno dei pochi argomenti per cui starei a parlare praticamente sempre, passando da un artista a un altro, ascoltando, cambiando genere, come alla radio. Non conversazioni “alla Wikipedia”, ma scambio di sensazioni, digressioni, sentire e ascoltare.

Abbiamo l’acqua – che prontamente butteremo ai cancelli d’ingresso – i panini, addirittura le barrette energetiche. L’impresa sarà ardua, qua non si tratta infatti di un classico concerto: “Il concerto del Boss dura ALMENO 3 ore e si salta e si balla per tutto il tempo!”, mi dice zio. Lui il Boss se l’è sentito già, anni fa a Firenze, sotto la pioggia. Anche quella volta, come allora, c’erano lui e Tonino, che ci racconta della notte trascorsa ad asciugarsi le scarpe con il phon dell’albergo, perché la mattina aveva un’udienza importante, ma aveva preferito ballare tutto il tempo sotto l’acqua piuttosto che mettersi al riparo e precludersi lo spettacolo.

Non arriviamo nemmeno a via dell’Amba Aradam che i vigili ci fanno deviare il percorso. Parcheggiamo la macchina in una strada sterrata e speriamo in silenzio di ritrovarla a fine serata. Sono le 17 e qualcosa, il vento è davvero gradevole e ci permette di resistere fino al tramonto senza quell’orrendo cappellino bianco che ti regalavano all’ingresso, che fa molto Giubileo con Bob Dylan e il Papa.

All’interno, i posti sotto il palco sono già esauriti, così decidiamo di trovare uno spazio sulle collinette laterali – pentendocene amaramente all’inizio della prima nota, quando scopriremo di doverci fare tutto il concerto in bilico, stando anche attenti a non cadere addosso alla coppia di tedeschi rompipalle davanti a noi – piuttosto che stare affianco a questa specie di palchetto – che poi si sarebbe rivelato un palchetto vero e proprio dal quale il Boss ha suonato un paio di canzoni, lasciandosi risucchiare integralmente dalla folla.

Ascoltiamo con interesse e curiosità i due gruppi spalla: Treves Blues Band, italiani, con il loro blues scoppiettante. I Counting Crows, mai ascoltati prima d’ora (sicché tutto il pippotto sulla conoscenza musicale di cui sopra viene inevitabilmente meno). Poi, alle 21:01 precise arriva lui. Il Boss. E qui si apre un altro discorso.

Bruce Springsteen mi piace, ma non posso dichiararmi una fan. I fan, quelli veri, li ho visti quella sera del 16 luglio: non si tratta di conoscere tutti i brani a memoria, di arrivare con dei cuoricini in cartoncino  – erano migliaia di cuoricini e a differenza dei cappellini, quelli non li distribuivano – di sfoggiare cartelloni su cui scrivere richieste e preghiere o solo dediche di canzoni. I fan di Springsteen sono adepti, devoti, fedeli, afecionados. Se Springsteen decidesse di diventare prete, o politico, o semplicemente venditore di spazzole, avrebbe milioni di persone che lo pregherebbero,  lo voterebbero e che acquisterebbero le sue spazzole, pelati compresi. Springsteen non canta, ma trasmette emozioni. Principalmente ottimismo, gioia, positività, quel senso di “Yes I Can” che è tipico degli americani.

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Ripeto, non sono fan di Springsteen. Non si diventa fan dall’oggi al domani. Bisogna farne di gavetta prima di sapere senza sapere che dovrai portare con te un cuoricino in cartoncino, che dovrai arrivare con un cartellone sotto il palco in cui chiedi di ballare con Little Steve. Non sono fan, ma ho appreso una cosa che solo i suoi fan sanno. Cioè che se vuoi vedere un vero concerto rock, lascia perdere tutti e vai da Springsteen. Anche se non ti piace la sua musica, anche se non è il tuo genere, almeno una volta nella vita gettati nella folla oceanica dei suoi fan e goditi lo spettacolo. Perché è un vero e proprio spettacolo quello che ti si forma davanti, dietro e attorno, in quelle tre ore di musica, di parole, di grida, di cori, di lacrime e polvere che s’alza sotto i piedi di migliaia di persone che danzano. E non le troverai in nessun altro stadio, con nessun altro musicista. Perché stiamo parlando di rockstar.

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Rockstar. Un termine che andrebbe a questo punto necessariamente rivisto. Come è stato fatto per i prodotti DOP e DOC, anche nel mondo della musica andrebbe fatto un controllo di qualità e di garanzia per ridimensionare il firmamento. Credetemi, ne rimarrebbero in pochi. E lui sarebbe quella stella, quella che quando alzi gli occhi al cielo la vedi sempre che brilla di più delle altre.

Non sto qui a fare la recensione del concerto, anche perché a tre mesi di distanza sarebbe ridicolo. Però dico questo: quando suona Springsteen, è l’America che sale sul palco. Quella dei film che hanno segnato la tua adolescenza, delle highways enormi con la segnaletica verde,  quella delle case in legno con il porticato dove d’estate ti siedi a bere la birra. Quella del baseball, del football. Del barbecue la domenica pomeriggio. Quella delle risate sguaiate e sincere dei ragazzi ubriachi nei locali, delle mamme sorridenti con i loro bambini al parco. Dei barboni che dormono in strada, dei supermercati aperti di notte,  degli afroamericani che giocano a basket dopo scuola.  Del vento che sale dalla metropolitana di New York e che sì, ti alza la gonna come Marilyn Monroe in “Quando la moglie è in vacanza”. Springsteen è un viaggio, un meraviglioso viaggio coast to coast che prima di morire bisogna intraprendere.

Ah, avevo cominciato con il video. E con il video finisco. Il brano è il mio preferito, anche perchè nella prima versione la ragazza della canzone si chiamava “Angelina“. Anche Bob Dylan scrisse “Farewell Angelina“. E Luigi Tenco “Angela”. Insomma, gente che se ne intende. Cliccate qui ed emozionatevi un po’, che ogni tanto serve, fa bene al sangue.

 

Nessun uomo è un’isola

Mia madre mi dice che “mi puzza la casa”, perché tra le mura domestiche ci faccio praticamente orario d’ufficio, ma di quelli che timbrano e poi vanno a far spesa o in palestra. E in effetti un po’ è vero, visto che non sono nemmeno trascorse due settimane dal mio ritorno in terra natia che subito mi sono rimessa su un aliscafo per andarmene via, per evadere. Dalla noia  tornata prepotentemente a farmi visita, dalla nostalgia e dal senso di frustrazione che segue quello dell’adrenalinico entusiasmo dopo un lungo viaggio in cui hai progettato, programmato, sperato.

Evadere, quale luogo migliore allora se non l’isola di Ventotene? Lontana dai ritmi frenetici della città, immersa in una dimensione in cui spazio e tempo vengono meno, Ventotene è un posto dove provo ad andare almeno una volta l’anno. Qui ho ascoltato per la prima volta anni fa il suono del silenzio, che direte voi è un ossimoro e invece no. Qui anni fa, con quello che un tempo è stato il mio compagno, ci trovammo a parlare per la prima volta di argomento serissimo come il futuro insieme. Forse consapevoli che quel discorso – e quel futuro – l’avremmo lasciato lì, sull’isola, come qualcosa da preservare dalle brutture della terraferma. Qui, un anno fa, ho incontrato una ciurma di persone, un arcipelago di isole umane che  arrivano a Ventotene per portare un fiore a chi sull’isola ci è arrivato e non è più tornato indietro. Da chi voleva evadere al contrario.

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Sono le 47 tombe presenti nel cimitero del carcere di Santo Stefano, che si trova proprio di fronte Ventotene. Una struttura ogni anno sempre più fatiscente e pericolante dove per secoli vennero mandati i detenuti “fine pena mai”, gli ergastolani, consegnati a quest’isola e isolati appunto dal resto della società e dal consorzio umano. Qui da anni un gruppo di persone si riunisce in maniera totalmente spontanea e indipendente in occasione della Giornata mondiale contro la tortura indetta dall’ ONU, per portare un fiore su queste tombe.

Si svolge tutto seguendo un rituale: sveglia presto, colazione e giù al porto. Da qui si prende il gommone e si attraversa il mare, in direzione Santo Stefano. Qui c’è Salvatore, la guida del posto, che dell’ergastolo di Santo Stefano sa praticamente tutto e ogni anno da più di venti anni racconta la storia di questo luogo. Una narrazione teatrale e appassionante in una struttura – il carcere – che con il teatro ha molto a che vedere, visto che la pianta architettonica è identica a quella del Teatro San Carlo di Napoli.

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E’ proprio durante la spiegazione che questo gruppo di persone ogni anno sempre più numeroso, donne, uomini d’ogni età, professione, estrazione sociale, si isola e con zappe e cesoie si dirige verso una parte totalmente abbandonata e dimenticata. Il cimitero. Un’area che ai turisti interessa poco, d’altronde cosa c’è di affascinante nella morte di un detenuto? Nulla, anzi, la visita al cimitero che ospita solo ergastolani sarebbe una sorta di “perdono”, di buona azione, un considerare queste croci divelte delle persone. E non si può, non si deve.

C’è invece chi a quelle croci ha dato addirittura un nome e un cognome, attraverso un’etichetta che le stesse persone hanno realizzato e affisso. Identificandoli grazie ad una mappa realizzata da Luigi Veronelli, un enologo anarchico che su Santo Stefano si recò per cercare la tomba di Gaetano Bresci, morto e sepolto qui. Arrivato nel cimitero abbandonato, Veronelli si annotò i nomi rimasti su quelle croci che le intemperie ancora non avevano distrutto. Trenta nomi su  47 tombe,  30 etichette che ogni anno vengono sostituite perché sbiadite dal sole e dalla pioggia. Si cambia l’etichetta, si toglie un po’d’erbaccia con la zappa, si mette una piantina grassa e si va via. Quest’anno, poi, la natura ci ha fatto un regalo inaspettato:  su alcune tombe è cresciuto un roseto selvatico e le ginestre sono più gialle del solito.

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Un rituale, lo stesso ogni anno da sei anni, perché il cimitero di Santo Stefano è un simbolo, perché per ognuno di loro quel luogo assume un significato. C’è chi vede la “fine” che avrebbe potuto fare, chi dopo anni di ricerche ha ritrovato su questo piccolo pezzo di terra la tomba di suo nonno. Quello collettivo riguarda la necessità di restare umani anche quando la società fa di tutto per impedirlo.

Terminato il rituale, si torna sull’altra isola, quella “con i vivi”. Si sta assieme, si chiacchiera, si beve e si mangia. Qualcuno si fa il primo tuffo della stagione, nelle acque limpide e ghiacciate di Cala Nave. Ma lo sguardo è sempre rivolto lì, a Santo Stefano, che silenziosamente osserva tutto. Un’isola di fronte all’altra, così vicine e così totalmente diverse. Così come simili e differenti sono i componenti di questa ciurma che per stare qui due giorni parte da Milano come da Palermo e che arriva a Ventotene  perchè sì, vuole isolarsi ma allo stesso tempo connettersi, essere parte di un tutto. Perché, come disse John Donne, nessun uomo è un’isola.

“Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te”.

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